Frantoio semi ipogeo Protonobilissimo

Tipologia

Frantoio oleario semi-ipogeo

Stile

Architettura rurale e produttiva in pietra leccese

Anno di costruzione

Entro il 1602

Caratteristiche principali

l’imponente pietra molare al centro, torchi "alla calabrese" e torchio "alla genovese". Presenza di un graffito che raffigura una flotta in arrivo nel porto di Messina, richiamo alla raccolta della Sacra Lega prima della battaglia di Lepanto del 1571.

Fermati un momento sulla sua soglia e poi scendi lentamente. Lascia che gli occhi si abituino alla penombra, che il respiro incontri l’odore umido della pietra e della terra.

Nel cuore di Muro Leccese, a pochi passi dal Palazzo Protonobilissimo, il frantoio ipogeo non è soltanto un luogo da visitare: è una soglia che conduce dentro la memoria più profonda del Salento. Qui sotto il tempo sembra fermarsi. Eppure, per secoli, tutto era movimento: uomini, muli, torchi, voci, fatica. Questo trappeto semi-ipogeo venne edificato entro il 1602, come testimonia ancora oggi il concio di chiave del portale d’ingresso, sul quale compare il blasone dei Protonobilissimo. Ma basta oltrepassare quella soglia per comprendere subito che il frantoio non era soltanto un luogo di produzione: era un mondo sotterraneo, una piccola città scavata nella roccia viva, abitata per mesi interi da uomini che vivevano quasi senza vedere la luce del sole.

Le strutture del trappeto

Al centro dell’ambiente si conserva ancora la grande vasca per la molitura con la pietra molare. Immaginala in movimento, trascinata lentamente da muli bendati che giravano per ore nel buio, schiacciando olive fino a trasformarle in pasta densa e profumata. Attorno, lungo il perimetro del frantoio, sopravvivono le basi in calcare dei torchi “alla calabrese” e il grande torchio “alla genovese”, chiamato familiarmente “mamma”, utilizzato per la prima spremitura delle olive, quella più preziosa, destinata all’olio alimentare migliore.

La ciurma sotterranea

Ma il fascino di questo luogo non risiede soltanto nelle sue strutture. È nelle storie che custodisce. Qui sotto vivevano i trappitari, uomini di mare che durante l’inverno diventavano operai dell’olio. Erano marinai, nocchieri, pescatori che, quando il Mediterraneo diventava troppo pericoloso da attraversare, scendevano nei frantoi ipogei per lavorare fino alla primavera. Il nocchiere della nave diventava così il “nachiro”, il capo della ciurma sotterranea. E la parola “ciurma” non era casuale: il frantoio funzionava davvero come una nave nel ventre della terra, con i suoi ritmi, le sue gerarchie, la sua fatica condivisa. Da novembre a maggio la loro vita trascorreva quasi interamente sottoterra. Dormivano vicino ai torchi, mangiavano lì, lavoravano senza sosta in turni massacranti. Vigeva persino il principio della “branda calda”: finito il proprio turno, un lavoratore prendeva posto nel giaciglio appena lasciato libero da un compagno che ricominciava a lavorare. Dodici ore consecutive nel buio, nell’odore acre delle olive macinate, nel rumore continuo della pietra molare. Solo durante le feste potevano tornare all’aperto e rivedere il sole.

L’oro verde del Salento

Eppure, da questa fatica nasceva una ricchezza straordinaria. L’olio prodotto nei frantoi del Salento attraversava il Mediterraneo e raggiungeva città lontanissime: Londra, Parigi, Amsterdam, persino il Nord Europa. Era l’“oro verde” del Salento, utilizzato soprattutto come olio lampante per illuminare le grandi città europee e per la produzione di sapone. Il prezzo si stabiliva a Gallipoli, uno dei porti commerciali più importanti del Mediterraneo, e da lì partivano le navi cariche di botti verso il resto del mondo.

Il graffito di Missinia

Ma questo frantoio custodisce anche un’altra storia, più misteriosa e inquieta. Lungo la parete occidentale, inciso direttamente sui blocchi di calcare, compare un grande graffito. A prima vista sembra una semplice scena marina, ma osservandolo meglio emergono dettagli sorprendenti: una flotta che approda in un porto, una città cinta da mura, una bandiera con la scritta “missinia”, e accanto una figura scheletrica che stringe forse una falce, come una personificazione della morte. Quel nome, “missinia”, rimanda alla città di Messina, luogo in cui nel 1571 si radunò la flotta della Sacra Lega prima della battaglia di Lepanto contro gli Ottomani. È probabile che chi incise questo graffito avesse davvero visto quelle navi o ascoltato i racconti di chi c’era stato. Per la popolazione salentina, ancora segnata dal trauma della presa di Otranto e dal massacro degli 800 Martiri del 1480, quelle immagini dovevano evocare paura, memoria e speranza insieme. Le incursioni turche erano una minaccia reale, presente nella vita quotidiana delle comunità costiere. E così, persino nel ventre di un frantoio, riaffioravano le grandi paure e le grandi vicende del Mediterraneo.

Le leggende degli uri

Poi ci sono le leggende. Meravigliose. Perché i frantoi ipogei non erano fatti soltanto di uomini e lavoro. Si raccontava che a popolarli fossero anche gli “uri”, creature misteriose, folletti dispettosi che abitavano il sottosuolo e tormentavano i trappitari. Figure sospese tra superstizione e immaginazione popolare, nate forse dalla solitudine, dalla stanchezza e dalle lunghe giornate trascorse senza luce naturale.

Oggi il frantoio di Muro Leccese continua a raccontare tutto questo. Racconta la storia di un Salento laborioso e mediterraneo, capace di dialogare con il mondo attraverso il commercio dell’olio. Racconta la vita durissima dei trappitari, uomini sospesi tra mare e sottosuolo. Racconta paure collettive, commerci, viaggi, superstizioni, memorie di guerra e di mare. E mentre cammini nella penombra di questi ambienti scavati nella roccia, quasi puoi ancora sentire il cigolio dei torchi, il passo lento dei muli, le voci della ciurma. Perché questo non è soltanto un frantoio. È il cuore sotterraneo della nostra terra.

Questo luogo fa parte del percorso:

Tra le vie di Borgo Terra